Il termine "sigillo" viene usato ambiguamente per indicare sia l’impronta
"positiva" o a rilievo impressa su un materiale malleabile (cera, argilla, carta, piombo),
sia lo strumento, con l’immagine in "negativo" o concava, usato per produrla. Per quest’ultimo
è quindi più conveniente il termine "tipario" in uso già dal Medioevo.
I più antichi esemplari di sigilli, risalenti alla fine del V millennio a.C. sono
stati reperiti in Iran; di poco posteriori quelli provenienti dalla Mesopotamia.
Allora, come oggi, lo scopo del sigillo era duplice: convalidare un documento od un atto
dandogli validità giuridica, ovvero garantirne la chiusura e la segretezza.
Una trattazione completa di tutti gli aspetti della sigillografia è contenuta nel testo di Giacomo C. Bascapé "Sigillografia. Il sigillo nella diplomatica, nel diritto, nella storia, nell’arte" liberamente scaricabile dal sito del Ministero dei Beni Culturali.
Fino all’avvento della busta con lembi gommati, le lettere consistevano in uno o più
fogli di carta, ripiegati e quindi chiusi con un sigillo. Si deve tener presente che le tariffe allora in
vigore erano basate sulla distanza da percorrere e sul numero di fogli spediti: la presenza quindi di un eventuale
involucro avrebbe fatto lievitare il costo della spedizione. Solo gli invii costituiti da molti fogli venivano
tenuti insieme da una striscia di carta (spedizioni "sotto fascia").
Nella sua forma tradizionale, il sigillo "aderente" veniva impresso col tipario sulla cera, riscaldata
e fatta colare sul documento.
Nel XVIII secolo comparvero le "pastiglie", fogliettini di carta e cera che permettevano di risparmiare
cera e dare maggiore resistenza al sigillo. Ritagliati grossolanamente in forma quadrata o romboidale, furono
prodotti anche in forme più raffinate mediante l’uso di apposite fustelle.
In seguito le pastiglie furono prodotte con ostie di amido di mais o colla di pesce, che venivano inumidite e quindi
inserite fra i lembi del foglio da sigillare; col tipario si imprimeva poi il sigillo del mittente.
Questi procedimenti erano comunque abbastanza lunghi e costituivano un aggravio di lavoro specialmente per gli enti
pubblici che spedivano grandi quantità di lettere e circolari.
Verso il 1850 comparvero in Sassonia i primi "Siegelmarken", sigilli stampati su foglietti di carta
gommata, che potevano venire applicati facilmente sui lembi del documento.
Adottati dapprima solo dagli enti statali, furono poi usati anche dalle amministrazioni locali, ambasciate e consolati,
ospedali, banche, assicurazioni e grandi imprese commerciali. Non mancarono neppure i liberi professionisti, soprattutto
avvocati, che ne fecero uso.
Largamente diffusi nei territori degli Imperi Centrali, furono di uso comune fino al 1920 circa. Caddero quindi in
disuso, per sparire completamente alla fine della II guerra mondiale.
Solitamente rotondi od ovali, con la dimensione maggiore di circa 4 cm, avevano bordi lisci od ondulati; a volte imitavano le irregolarità ed il colore dei sigilli in ceralacca. Il siegelmarke tipico di un ente pubblico si presentava generalmente bianco su uno sfondo monocromo; il nome dell’organizzazione era stampato attorno ad uno stemma centrale. Molto spesso scritte e stemmi erano impressi in rilievo.
A Trieste, come nel resto dell’Impero, i siegelmarken furono abitualmente usati fino alla fine del 1918.
Dopo l’annessione all’Italia (dove, per quanto ne so, ebbero scarsissimo uso) il loro impiego fu abbandonato. Solo il
Consolato di Germania continuò ad usarli regolarmente fino alla fine della II guerra mondiale.
Nelle pagine che seguono sono riprodotti i siegelmarken della mia collezione, suddivisi nelle seguenti categorie:
- Enti statali
- Enti locali
- Enti stranieri
- Banche ed assicurazioni
- Altre imprese
- Liberi professionisti.
Le immagini sono riprodotte con la stessa scala, su uno sfondo (generalmente nero) che ha le dimensioni di 48x48 mm.